Workshop con TDR

pointless learning

Il primo dei nostri workshop in studio è dedicato al graphic designer più tagliente di un’epoca:
Ian Anderson di The Designers Republic.

4-5 marzo 2016. Bellissimo / Luca Ballarini ospita il laboratorio del fondatore di TDR, attivo a Sheffield dal 1986 e autore delle cover più celebri della Warp Records — come di artwork e progetti per Coca-Cola, MTV, PlayStation.

Chiamati a immaginare e documentare un’azione “pointless”, cioè senza scopo, i partecipanti hanno avuto modo di confrontarsi di persona con le pratiche creative di Ian Anderson, lontani dalla propria “comfort zone”.

Di seguito le immagini della giornata di sabato, scattate da Andrea Taddei.

Anche Bellissimo ha partecipato al workshop, con quattro persone dello studio. Di fronte al brief di Ian Anderson “Do something pointless for an hour”, il nostro gruppo ha scelto di sperimentare cosa accade se decidiamo di scrivere e disegnare privandoci del senso principale che usiamo nel nostro lavoro: la vista.

È stato un esercizio al limite del metafisico in cui le quattro persone, bendate, due a un lato e due dall’altro del tavolo, hanno scritto e scarabocchiato su un grande foglio bianco qualsiasi cosa venisse loro in mente, senza vedere cosa stessero facendo (loro e gli altri).

Un’ora “al buio”, in cui si è passati dalla concentrazione silenziosa e imbarazzata iniziale allo scherzo e al ridicolo, dall’euforia alla noia, dall’attenzione a preservare un ordine invisibile nelle scritte e nei disegni impressi sul grande foglio all’acuire l’udito cercando di interpretare cosa accadesse intorno.

Il risultato è quello che si vede qui sopra: non proprio un’immagine da incorniciare, eppure a suo modo unica e emblematica.

Per presentare il proprio esperimento agli altri partecipanti del workshop e a Ian Anderson, il gruppo di Bellissimo ha optato per una performance: una persona ha cominciato a raccontare cosa era accaduto, subito dopo ha cominciato a parlare una seconda persona, sovrapponendosi alla prima, che continuava a parlare. Poi è entrata la terza, poi la quarta persona. Alla fine ognuno stava dicendo qualcosa, ma le quattro voci si sovrapponevano, e il risultato finale era incomprensibile. Di colpo le quattro voci si sono fermate, e dopo alcuni secondi di silenzio, ognuno ha pronunciato una frase: l’emozione che aveva distillato da questa azione pointless — che ovviamente così pointless non era.

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