Bellissimo Library

la nostra biblioteca è anche vostra

Branding, grafica, copywriting. Città, architettura, design. La nostra selezione di nuove uscite e riscoperte per la libreria di studio aperta a tutti.

Il “raddoppio” del loft, che con Out Of Office ha guadagnato altri 120 mq, è l’occasione per riprendere un’attività cara e organizzare una biblioteca interna dedicata ai settori del nostro lavoro e agli interessi di sempre.

Sarà una selezione internazionale —specialistica e trasversale— con uno sguardo attento soprattutto all’editoria anglo-sassone.

Potrete leggere le nostre brevi recensioni su Facebook (seguiteci!) e su questa pagina del sito dedicata ai libri scelti dal team di Bellissimo.

Qui di seguito i primi libri arrivati ad arricchire gli scaffali — se vi interessa consultarli, le porte dello studio sono aperte (scriveteci qui).


Atlas of Cities

Se per la nostra libreria di studio —3/4 grafica e comunicazione, 1/4 città— bisogna partire da qualcosa, per la sezione urbana è giusto partire dalle fondazioni.

Atlas of Cities, curato per la Princeton University Press (2014) da Paul Knox, è il glossario che ogni aspirante “urbanita” dovrebbe portare con sé, non fosse per la mole: 250 pagine di grande formato piene di dati, date e mappe. Tante mappe, dalle piante seminali di Atene e del castrum romano alle linee ideali di Parigi (Haussmann edit) e Brasilia, fino al design district di zona Tortona a Milano.

Il libro divide le città in 13 tipi (imperiale, delle celebrità, transnazionale...), forse peccando in semplicità quando arriva a quelle green e smart. Ma lo fa sempre inseguendo il sogno di ogni amante di Google Maps: legare il passaggio della storia, dell’economia e della società all’immagine reticolare, alla forma pura, con cui la città vive negli schemi (e schermi) di noi urbanisti della domenica.

Atlas of Cities è la base giusta per poi costruire sopra, o esplorare scavando più in profondità. Ogni libreria deve partire da un piano solido.


Read Me.

Il problema con i libri sul copywriting è il dopo. Starò scrivendo con il tono giusto? È abbastanza coinvolgente per il pubblico? E la promessa di marca?

Dopo aver letto headline tanto memorabili, non ci si può che bloccare.
Con Read Me. (Laurence King Publishing, 2014) si ha almeno l’impressione che Roger Horberry e Gyles Lingwood abbiano davvero provato ad aiutarci con indicazioni pratiche per la scrittura (come costruire un testo? quando premere il tasto Canc?) e poi prove a cui sottoporla.

Horberry e Lingwood non parlano di copywriting pubblicitario ma di un più generale “brandwriting”, e questo si sposa con il nostro lavoro a Bellissimo.

Insistono sulla chiarezza di pensiero che precede l’efficacia della parola: scrivere bene è pensare bene — il contrario dell’immancabile “Just do it”.

Dai manuali ci aspettiamo risposte. Al netto dei grandi esempi e del decalogo di lezioni, il contributo di Read Me. è invitare a farsi le giuste domande.


Designing Brand Identity

Designing Brand Identity è l’ambiziosa opera di Alina Wheeler, consulente e specialista in materia, edita da John Wiley & Sons (2003).

Dedicata alla memoria di Steve Jobs e Sylvia Harris, l’edizione del 2013 consiste in un imponente volume di 326 pagine che prendono in analisi gli elementi chiave di un brand di successo.

Ognuna delle tre parti del libro ha uno scopo preciso: “Basics” fornisce un ampio vocabolario di concetti non trascurabili, mentre la seconda parte (“Process”) delinea una metodologia universale per lo sviluppo della brand identity — con uno stile argomentativo a tratti ridondante.

L’ultima parte riguarda le “Best Practices” e risulta la più stimolante per come i vari casi vengono esaminati, dal brief iniziale fino alla soluzione creativa.

Designing Brand Identity rimane un’utile fonte di consultazione per chi (come noi) ha nel branding un’occupazione quotidiana. Per i neofiti che si avvicinano a questo affascinante settore diventa, piuttosto, una bibbia.


Modernist Estates

Barbican Estate, Balfron Tower, Whittington Estate — possono i sogni urbanistici di oltre sessant’anni fa essere ancora attuali? Sfogliando le interviste e le immagini di questo volume diremmo di sì.

Modernist Estates — The Buildings and the People Who Live in Them Today di Stefi Orazi (Frances Lincoln Limited, 2015) risponde a chi, di fronte alle strutture visionarie dell’era modernista, si domanda come sarebbe viverci.

Orazi entra negli appartamenti, parla con gli inquilini, scopre se le “macchine da abitare” funzionano anche nella vita quotidiana attuale.

Il libro è una passeggiata alla scoperta dei giganti modernisti di Londra.
Una conversazione con le persone che li abitano. Non solo cemento, vetro e mattoni, ma storie.

Did you know much about this modernist estate before you moved here? What attracted you to living here? What’s the area like? What are the best/worst things about living here?

Una lettura piacevole agli occhi — che svela in ventuno interviste e pillole di architettura altrettanti edifici frutto delle menti di alcuni dei più importanti architetti e urbanisti del dopoguerra britannico.


It’s a London Thing

Fred Butler e la sua guida a Londra si assomigliano molto. Come l’autrice designer, craftswoman nel territorio senza regole tra moda e arte, It’s a London Thing (Prestel, 2016) è una creatura multicolore, vitale, cangiante.

Lontana dalle formule turistiche, è una dedica alla stravaganza per chi vuole vivere “da insider” le nuove energie della città — alcune incontrate durante il nostro primo Urban Creative City-break, format originale di viaggio by Bellissimo.


Londra è una città contraddittoria. Lungo le sue strade capita che il cielo passi all’improvviso dal grigio all’azzurro, o di rimanere soli e nel silenzio per poi trovarsi nel frastuono della folla l’attimo dopo.

Il libro è dedicato a questa seconda anima, quella del colore e della varietà. Zona per zona, Butler offre la sua personale classifica di “spot” da non perdere.

I panorami migliori, i percorsi nascosti dei runner locali, i negozi vintage che non si sono trasformati ancora in trappole per turisti. Soprattutto, la tanta arte contemporanea.

Con gli accessori creati per nomi come Björk e Lady Gaga, l’estro di Fred Butler ci ha abituati a visioni futuristiche, abiti specchiati, flora e origami da indossare.

La stessa spinta vitale la dimostra nel suo racconto urbano, un campionario dei luoghi e dei volti che rendono Londra il centro dell’industria creativa che oggi è.


Jazzpaths

La Hyphen Press, casa editrice specializzata in tipografia e design, pubblica un libro sul jazz. Da sempre legatissimi alla musica nel nostro lavoro, non potevamo non esserne incuriositi.

Jazzpaths (2012) è un photomemento, un ricordo per immagini della scena jazz americana a metà degli anni sessanta e del paese che le stava intorno.

L’unico collante tra impressioni e reminiscenze, collage e copertine di dischi, lettere e articoli di giornali è la riflessione su due anni di America e musica dell’autore, David Wild, scrittore e architetto.

Il materiale scelto da Wild non è necessariamente spiegato, né deve spiegare qualcosa: l’unico fine è rievocare una realtà di grande importanza attraverso i suoi protagonisti, i suoi luoghi, le sue armonie.

Per questo Jazzpaths appartiene più al tempo che commemora che a quello nel quale è stato pubblicato, aspetto che ne rende ancora più godibile e affascinante la lettura.


Contemporary Weaving Patterns

Non è necessario tessere o lavorare nella moda per trovare in Contemporary Weaving Patterns (A&C Black, 2011) una fonte di documentazione e suggestioni visive ricchissime.

L’autrice è una designer tessile inglese, Margo Selby, che ha raccolto anni di ricerca e viaggi nel mondo in un fitto campionario di esempi, con rigore progettuale e dedizione. Il suo interesse per i motivi originali, capaci di rompere la regolarità geometrica, attraversa le pagine del libro — forse il vero filo conduttore in un testo su trame e orditi.

L’introduzione è rivolta ai meno esperti (come noi) e mostra i diversi tessuti e materiali impiegabili. Dopo una sezione sulla teoria dei colori, seguono le 100 pagine di schemi da tradizioni e per usi diversi, una collezione fra la manualistica e l’antologia di spartiti.

Attraverso regole di composizione e ripetizione, la tessitura diventa un campo dalle infinite possibilità espressive: un’ispirazione utile a chi progetta ogni giorno attraverso il colore, le linee e il ritmo che questi sanno generare.

How to Make a Home

How to Make a Home (Macmillan, 2016) non è l’unico libro di The School of Life che abbiamo con noi. In pochi anni la “scuola” di Alain de Botton, fondata dal filosofo per riportare la teoria nel concreto delle nostre vite, e provare a migliorarle, è diventata un brand globale. La collana “How to...” affronta praticamente ogni tema, dal vivere in città al fare impresa, dal come vivere soli al pensare di più al sesso.

Il libro di Edward Hollis, architetto e scrittore, affronta l’idea moderna di casa. Per costruire un’abitazione accogliente non sono sufficienti, o necessari, mattoni e calce. È il senso di appartenenza che proviamo in uno spazio, la sua capacità di trasmettere benessere e relax, che può generare la dimensione domestica.

Non più un luogo ma una sensazione, quindi, in cui gli elementi decorativi e architettonici hanno un ruolo fortemente ridotto. Hollis scredita i cliché del passato sulla casa ideale, in favore di un’idea moderna e flessibile.

La dimensione abitativa si riduce —o si amplia?— a quella dell’io personale. Uno spazio che può rendere ogni uomo il più ricco del mondo, a patto che al suo interno siano presenti solo elementi positivi e essenziali.


Design Literacy

Troviamo recensioni dei film, di romanzi, degli album musicali. Per la tipografia, i progetti editoriali, i manifesti, immagini che fanno ugualmente parte delle nostre vite, dobbiamo invece leggere la stampa o i siti di settore — a parte periodiche eccezioni, vedi restyle di eventi, marche o squadre famose.

Già dal titolo, “Design Literacy” (2014, 3° edizione) è un invito all’alfabetizzazione grafica, attraverso un’antologia che esorta alla nostra consapevolezza di “osservatori”, oltre che di lettori, spettatori o ascoltatori.

La raccolta è opera di Steven Heller, cofondatore a New York di MFA Design, programma per formare designer che siano anche autori e imprenditori. Tra i suoi saggi brevi o brevissimi si alternano “must” del progetto visivo, come le mappe di Massimo Vignelli e le locandine di Saul Bass per i film di Alfred Hitchcock, e letture critiche di interi periodi e scuole grafiche.

Se dagli 88 articoli è possibile ricavare una lezione comune, questa è l’attenzione al ruolo comunque politico del design, nel linguaggio e nelle tecniche impiegate come nella scelta di un font.

Copywriting: Successful Writing for Design, Advertising and Marketing

Scrivere bene è spesso considerato un talento naturale. Esistono comunque tecniche che chiunque può utilizzare per creare facilmente contenuti di qualità.

Questo è il semplice e chiaro postulato di Mark Shaw, copywriter professionista e fondatore di Jupiter Designer – tra le 25 migliori agenzie di design britanniche.

Nella seconda edizione di Copywriting, edita da Laurence King Publishing nel 2012, l’autore svela il proprio metodo consolidato in venticinque anni di carriera: mettere ordine nel processo creativo per imparare a scrivere in maniera veloce ed efficace.

Nonostante non sia esplicitato dalla cover squisitamente tipografica, il volume contiene numerosissimi esempi illustrati di campagne pluripremiate.

Alla fine di ogni capitolo l’autore aggiunge inoltre consigli pratici, la checklist dei passaggi da affrontare nella stesura di ogni tipo di copy ed esercizi pratici per mettersi alla prova.

Il libro è insomma una guida ricchissima di spunti, adatta sia a chi si avvicina per la prima volta al copywriting sia a chi desidera approfondire l’argomento — una lettura scorrevole e coinvolgente da tenere sempre sulla scrivania.

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